Ballarò

Racconto di Antonio Giordano, 78 anni, di Palermo

partecipante al Concorso Letterario Europeo di Speakando – II Edizione – 2015

 

 

Piazza Ballarò non l’ho vista mai così. Deserta. Ma oggi è domenica e anche lei fa festa. Dorme, forse. E con lei tutti i bottegai, tutti i turisti e quella folla multicolore, multietnica, confusa ma vigile che anima questo mercato. Che poi non è solo un mercato perché Ballarò per noi che ci siamo nati e cresciuti, è il passato e il futuro; un’eterna giovinezza, un’anima, un luogo di incontri e di scontri, vivo da mille e duecento anni, un cuore che pulsa nei nostri petti e che pulserà finché la nostra Sicilia sarà al centro del Mediterraneo.

 

Stamattina sarei dovuto venire qui vicino, alla Villa d’Orléans, con le mie nipotine per farle giocare, fra i viali e gli animali esotici in libertà. Mia figlia mi ha comunicato che, invece, le avrebbe portate al mare e, forse per protesta, sono venuto da solo.

 

Per tornare a casa mi conviene girare di nuovo per via Porta di Castro e, girato l’angolo, fare la scorciatoia di Ballarò per poi prendere un autobus alla stazione centrale. Ma c’è caldo e mi sento affaticato. Bevo un po’ d’acqua alla fontanella e poi mi siedo accanto a un bancone da fruttivendolo, dove c’è una tettoia ombreggiata.

 

Quanto tempo che non venivo a Ballarò! E dire che sono nato e cresciuto in quel quartiere. Forse addirittura da settant’anni e ho una strana sensazione. Silente e sconosciuta. Ma non era così quel 7 gennaio del 1943.

 

“Nonno mi porti con te?”, piagnucolavo, sapendo che così avrei ottenuto tutto ciò che volevo. Nonno Antonio stava infatti per cedere e io intensificai i miei piagnistei, finché quell’omone, tanto grande ma tanto buono, aprì la mano, prese la mia e mi disse: “Forza Ninì, vestiti e andiamo. Ma non farmi spendere troppi soldi, se no nonna Agnese mi rimprovera”.

 

E sì, nonna Agnese era un po’ severa con lui ma forse non aveva tutti i torti. Il nonno infatti era dovuto andare in pensione molto presto. Come mi aveva confidato mia madre, era socialista e non aveva voluto iscriversi al partito fascista. Allora lo avevano costretto ad andarsene dalla Polizia benché fosse un uomo molto valoroso e avesse avuto tante medaglie, che mi aveva mostrato in segreto e che mi avrebbe regalato quando sarei stato grande.

 

Spesso venivano a trovarlo dei signori anziani, molto seri. Insieme si sedevano intorno a un tavolo e parlavano molto piano. Avevo dedotto che dovevano essere tutti andati a scuola insieme da bambini perché fra loro si chiamavano compagno. Poi si scambiavano foglietti stampati, giornali oppure sentivano una radio che parlava una lingua per me allora incomprensibile, sicuramente “Radio Londra”, ma che suscitava commenti e reazioni in quei signori attempati.

 

Nonna Agnese non tollerava quelle adunanze, spesso irrompeva e con voce brusca diceva: “Forza Antonio! Saluta i signori e porta il bambino a fare una passeggiata”.

 

Il bambino, che ero io, sarebbe rimasto volentieri a veder tutto quel procedimento misteriosissimo e quegli uomini, compunti ed entusiasti come ragazzi, giocare con quei foglietti e ascoltare la radio. Ma per buona educazione non avevo mai avuto il coraggio di chieder loro di partecipare.

 

Dopo la sfuriata della nonna, nonno Antonio mi pettinava, ungendomi ben bene i capelli di brillantina e immancabilmente mi diceva: “Ninì, mettiamoci la maschera e usciamo”. Ma non ci mettevamo nessuna maschera. L’avevo cercata per tutta la casa, ma non avevo trovato nulla.

 

Faceva freddo quel giorno ma non pioveva e io trotterellavo accanto al nonno finché non arrivammo in quel luogo magico. Il miele, c’era il miele in una bancarella. “Nonno, me lo compri?”. “Ninì, deciditi o il miele o la marmellata”. “Il miele”, risposi con sicurezza mentre il nonno apriva il suo borsellino tirandone fuori una banconota da una lira anche se il venditore gliene aveva chiesto due.

 

E sì, perché a Ballarò bisognava mercanteggiare e, se davi subito quanto ti chiedevano, i venditori ci restavano pure male.

 

Eravamo immersi in quella folla vociante dove i mercanti cantavano magnificando la propria merce, scambiandosi impressioni, saluti ed epiteti, mentre i colori si intrecciavano davanti ai miei occhi come grossi coriandoli in quel carnevale festoso e sonoro. Mi sentivo bene, respiravo forte come quando sfuggivo alla morte.

 

 

Berlino

 

 

Gli americani, infatti, cercavano di uccidere più civili che potevano lanciando bombe nei posti più affollati; nelle chiese, negli ospedali, nei mercati. Avevo chiesto a mio padre, dopo, perché li chiamavano alleati, visto che uccidevano a più non posso ma non mi aveva risposto.

 

E già. Quando c’erano i bombardamenti e in braccio al nonno Antonio ci precipitavamo nei rifugi sotterranei, in mezzo a tanta gente che gridava e gemeva, gli chiedevo angosciato : “Nonno, come devo fare per non morire?”. Lui, abbracciandomi, mi diceva: “Si muore quando si finisce di respirare. Tu respira forte, Ninì, così non muori”.

 

Ma all’improvviso una specie di fendente sonoro lacerò l’aria. La sirena dell’allarme. Il bombardamento! La folla cominciò a ondeggiare, poi si cominciò a correre all’impazzata; si cercava scampo da qualche parte. Ma dove? A Ballarò non c’erano ricoveri e questo gli americani dovevano pur saperlo perché cominciarono a bombardare tutto il mercato mentre io, stringendo la mano del nonno, cercavo di correre appresso a lui. I lastroni che pavimentano ancor oggi Ballarò erano ormai tappezzati di feriti e di morti. Com’era strano calpestare quei corpi molli e ondeggianti per trovare un riparo da qualche parte! Ci dirigemmo di corsa verso la “Salumeria Messina” che aveva ancora la saracinesca aperta. Poi il fragore e il buio. Un balcone si era staccato da sopra quel negozio e aveva colpito il nonno alla testa.

 

Cadde. E io sotto di lui. Era vivo. La sua mano continuava a stringere la mia come a volermi proteggere ma io mi sentivo quasi soffocato. Avevo il suo gilet sulla faccia e il peso del suo corpo rischiava di schiacciarmi. Gemetti. Il nonno allora, anche se ferito a morte, lasciò con fatica la mia mano e cercò di stare da un lato in modo da farmi respirare.

 

Sentii una specie di liquido vischioso scolarmi prima sul volto e poi sulle braccia. Il miele? No, no! Era sangue, il sangue del nonno che gli usciva da un buco rosso e grumoso sulla testa quasi calva, arrossandone prima la coroncina di capelli, poi il volto, per scolare su di me.

 

Prima piansi e gridai. Quanto? Non saprei dirlo. Poi fu come se mi assopissi. Le grida dei moribondi e dei feriti mi arrivavano lontane mentre il corpo del nonno sussultava con respiro forte e cadenzato, rubato alla morte, come egli mi aveva insegnato. Calò un silenzio tombale che fu interrotto dai pochi soccorsi intervenuti. Il corpo del nonno fu messo su una barella ma non respirava più. Respiravo io, invece, mezzo soffocato dalla mancanza d’aria e dalle lacrime. Ci portarono all’Ospedale di San Saverio. Morti, feriti, mutilati erano stesi per terra nei corridoi affollati di corpi che rimbombavano dei lamenti dei sopravvissuti. Dov’era il nonno? Io mi scossi dal mio torpore e mi misi a correre per i corridoi, chiamandolo tra lacrime e singhiozzi, poi un camice bianco mi prese fra due braccia forti e decise dalle quali non potei sgattaiolare. “Aiuto, aiuto, nonno”, gridavo a perdifiato finché non mi si parò davanti la figura di un ufficiale che tese le braccia per prendermi. Era mio padre. Mi riportò a casa dove non poterono neanche lavarmi perché non c’era acqua. Mia madre mi carezzò finché il tremore che avevo in corpo si attenuò e caddi in un sonno profondo e senza sogni.

 

Qualche giorno dopo bussarono alla porta. Erano due poliziotti.

 

“Siamo colleghi del nonno”, mi dissero dopo avermi dato un bacetto. “Il nonno sta molto meglio ma non può venire e ha mandato noi per dirti che ti pensa tanto e che ora puoi giocare con questi a essere grande”.

 

Mi mostrarono il cappello che il nonno si metteva in testa e la cravatta rossa che aveva il nodo sempre un po’ unto.

 

“Il cappello e la cravatta del nonno!”, esclamai contento. “Adesso vi faccio vedere come gioco a fare il nonno”. I due i scambiarono uno sguardo di intesa che non capii. “Ma certo, giocaci quanto vuoi ma poi restituisciceli perché nonno Antonio li rivuole”. Mi misi cappotto e cravatta, quest’ultima già annodata, e, imitando il vocione del nonno, esclamai: ”Ninì, mettiamoci la maschera e usciamo”. Poi rifeci me stesso: “E quando torniamo, nonno, mi fai vedere questa maschera?”. “Ma certo, fra un’ora”. Feci finta di prendere il suo orologio da taschino, la cipolla, come la chiamava lui.

 

Chissà cosa capì il poliziotto più anziano: infilò la mano nella borsa che aveva con sé e ne tirò fuori il vecchio orologio del nonno, anche se il collega gli aveva fatto gli occhiacci, forse per fermarlo.

 

L’orologio aveva il vetro rotto. Come mai? “Gli è caduto”, disse il poliziotto. Insospettito continuai a giocare con loro ma, a un tratto, mi andò l’occhio sul quadrante della cipolla. Proprio sul numero “4”, che era un po’ scalfito, c’era una macchiolina color ruggine. Ero troppo abituato per non riconoscerla. Sangue. Era sangue! Sangue del nonno. In un attimo ricollegai tutto: il bombardamento, l’ospedale, le grida, i corpi e il non averlo visto più.

 

Mi misi a piangere e a gridare. Chi mi avrebbe protetto? Con chi avrei giocato? Mi sentii disperatamente solo in un mondo deforme e nemico. Aperto a tutte le insidie. Ma che razza di mondo era quello che aveva permesso la morte del nonno, che aveva secondato il mio gioco ultimo, drammatico e incosciente, improntato sulle bugie di due poliziotti cattivi?

 

Fu come se si chiudesse con violenza dietro di me una porta; la mia infanzia gioiosa e innocente era finita, per far posto a dolori, paure e disillusioni.

 

La mamma mi disse che avevano portato quegli oggetti perché li riconoscessi. C’erano tante finte vedove che chiedevano un sussidio allo Stato e bisognava accertarsi … anche utilizzando noi bambini.

 

E’ tardi. Ci rivedremo, Ballarò? La strada mi pare adesso deserta come se volesse proteggere il sonno eterno di coloro che vi morirono quel giorno di settant’anni fa e mi sembra che i lastroni della pavimentazione siano tante lapidi che proteggono i corpi che io calpestai da bambino, in cerca di salvezza.

 

Mi alzo con fatica e tiro la catena dell’orologio che ho in tasca. Le undici e dieci. Fra quindici minuti dovrebbe partire dalla stazione l’autobus 102 che mi lascia quasi sotto casa.

 

La porto ancora con me la cipolla del nonno e, di nascosto, le dò la corda e ci gioco. La appoggio all’orecchio e lei mi regala il suo tic-tac. Forse quello del cuore del nonno che per Ballarò pulsa ancora. Ma anche per me che sono sempre con lui. Allora sorrido e mi sento sicuro perché con quel cuore accanto mi sento con lui, con la manina stretta dentro la sua. Con nonno Antonio, quell’uomo dolce, coraggioso e libero, di quella libertà che vive d’amore e di purezza . Tic tac…